WIRE — Sulla guerra in Iran non possiamo farci nulla. O quasi. Lappoggio che lamministrazione Trump riscuote anche dai Paesi del Golfo evidenzia come lItalia e pi in generale lUnione Europea contino poco o nulla in quel quadrante. Possiamo commentare, certo. Ma durata ed esito del conflitto non dipendono da noi. Tuttavia paghiamo pegno perch i barili di greggio soprattutto da l che partono. Il prezzo del petrolio lo vediamo tutti. Lo ritroviamo nei grafici che salgono e scendono. Diciamo salgono va. Ma soprattutto vediamo e sentiamo il prezzo alla pompa. Ieri ho fatto il pieno di gasolio a 2,22 euro al litro. Il salasso reale. Rispetto a non molto tempo fa sono 20-30 in pi per un pieno. Ne risentono le imprese di trasporto, lintera filiera logistica del Paese e quindi il carrello della spesa. Farsi prendere dallisteria semplice. Cavalcare la faccenda per motivazioni politiche comprensibile soprattutto se lo fa lopposizione. Il rincaro dei carburanti fa presa sullopinione pubblica. Ma i dati ci dicono anche qualcosaltro. Secondo la rilevazione di fuel-price.eu la benzina e il gasolio in Italia costano meno che in Francia e Germania. Ma anche Danimarca, Olanda e Finlandia. Il Weekly Oil Bulletin della Commissione Ue ogni settimana pubblica i prezzi medi. Ed anche l ne abbiamo conferma.Dobbiamo consolarci? No. Perch il pieno a 2,22 fatto ieri resta e fa male. Ieri, a Milano, la benzina volata oltre i 2,6 euro al litro, esattamente 2,635 in un distributore nella zona residenziale di via Correggio. Se, per, non possiamo impedire che la guerra finisca, dobbiamo riflettere sugli errori che hanno contribuito ad esacerbare la situazione. Errori strategici che oggi sono concausa di quei guai che ora avvertiamo con tanto dolore. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:48667055]] RIDURRE LE ACCISE Partiamo col dire che il governo ha il dovere di fare ci che sta ipotizzando: intervenire sulle accise. Su queste, infatti, si applica pure lIva. Una tassa sulla tassa. Unanomalia tutta italiana, presente da sempre, su cui non possiamo rimanere con le mani in mano. Ridurre le accise in questa fase una misura di buon senso e di equit. Una riduzione di gettito peraltro controbilanciato dal maggior gettito Iva. Ma pensare di risolvere la questione solo dal lato delle accise somiglia molto alla pezza di acqua fresca quando si ha la febbre. Il problema infatti non soltanto il prezzo della benzina e del gasolio. Ma anche e soprattutto la possibile mancanza di prodotto qualora la tensione geopolitica si protraesse. Abbassare le tasse per far diminuire il prezzo potrebbe essere alla lunga addirittura controproducente stimolando la domanda con unofferta stagnante. Si parta quindi da un concetto elementare. Noi nel serbatoio non mettiamo il petrolio, ma la benzina e il diesel. Che sono prodotti raffinati ottenuti dal petrolio. Il greggio, da solo, non muove le auto n i camion. Serve un processo industriale la raffinazione appunto che trasformi il barile di petrolio in prodotti finiti. SEMPRE MENO RAFFINAZIONE La regola del pollice, usata dagli esperti del settore, ci dice che da tre barili di petrolio se ne ottengono approssimativamente due di benzina e uno di diesel. Questo rapporto consente agli esperti di misurare in maniera spannometrica, ma non approssimativa, quanto remunerativo raffinare il petrolio. Viene cio utilizzato un indicatore specifico: il crack spread 3-2-1. Che, in parole semplici, rappresenta il margine lordo che una raffineria ottiene trasformando tre barili di greggio in due barili di benzina e uno di gasolio/diesel. Si calcola sottraendo il costo di tre barili di petrolio dal valore di mercato di due barili di benzina pi uno di diesel, e dividendo il risultato per tre. Quando questo margine elevato come accaduto in diverse fasi degli ultimi anni, superando pure i 30 dollari al barile raffinare diventa molto redditizio. Quando basso o negativo, le raffinerie perdono soldi e tendono a chiudere o a ridurre le lavorazioni. Nellultimo quinquennio il crack spread ha conosciuto oscillazioni fortissime. Dopo il crollo del 2020 legato alla pandemia, e tornato a livelli elevati nel 2022 con la crisi energetica successiva allinvasione dellUcraina, e poi calato e di nuovo risalito in occasione delle tensioni successive. Oggi stimato essere poco sotto i 70 da RBN Energy. il massimo storico negli ultimi 5 anni. Proprio questi margini elevati spiegano perch, in presenza di capacit di raffinazione insufficiente in Europa, i prezzi dei prodotti di benzina e diesel restino alti anche quando la quotazione del greggio stagnante. E noi paghiamo un errore strategico devastante: la chiusura delle raffinerie. Dal 2009 a oggi, lItalia passata da circa 16 impianti di raffinazione a poco pi di una decina ancora operativi. Sono state chiuse o riconvertite almeno 6/7 raffinerie rilevanti: Cremona (2011, trasformata in deposito), Roma (2012, diventata hub di stoccaggio), Mantova (2014, chiusura della distillazione), Gela e Venezia (riconvertite in bioraffinerie Eni), mentre Livorno in fase avanzata di conversione in bioraffineria. IL NUMERO UNO DI ENI Su questo punto le parole dellad di Eni, Claudio Descalzi, sono chiare: In Europa sono state chiuse oltre 30 grandi raffinerie, che erano in forte perdita, ed e stata sacrificata buona parte delle produzioni nella chimica di base, considerate inquinanti. Oggi le raffinerie sarebbero decisive nel garantirci la disponibilit interna di prodotti come jet fuel e diesel, senza contare che potrebbero lavorare con ampi margini di redditivit. Oltre 30 dollari al barile. E per i prodotti della chimica di base lUe dipende dalle importazioni, pagando pegno in termini dindipendenza strategica da altre aree del mondo come Cina e Usa. Pochi giorni dopo, in audizione alla Camera, Descalzi ha ribadito che lEuropa ha ridotto di circa il 20% la propria capacit di raffinazione. Oggi importa prodotti raffinati invece di lavorarli in loco, con costi superiori e maggiore vulnerabilit. Se vogliamo il carburante non solo a un prezzo accettabile, ma in quantit sufficiente e con un minimo di sicurezza dapprovvigionamento dobbiamo avere le raffinerie. Facciamo discorsi a vuoto o polemiche quotidiane sul centesimo in pi o in meno alla pompa. Ma ignoriamo il problema di fondo: il progressivo smantellamento della capacit industriale di trasformare il greggio in prodotti raffinati. In ossequio al green deal. Le accise si possono e si devono toccare. Ma senza raffinerie, prima o poi, il problema non sar solamente quanto costa il pieno. Ma se il pieno lo si potr ancosa fare!

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