WIRE โ C un campione morale dei mondiali appena conclusasi. Luis de la Fuente, lallenatore che ha portato i rossi a vincere il loro secondo mondiale. De la Fuente ha vinto come tecnico, per la capacit che ha mostrato nel tenere unito il suo gruppo e nel dargli la giusta carica, ma ha vinto anche come uomo, come persona. Cos mentre i media mainstream parlavano della vittoria spagnola come di uno schiaffo dato a Trump da una nazione guidata dai socialisti che non si sarebbe piegata ai diktat dellinquilino della Casa Bianca e che sarebbe un esempio di governo illuminato, inclusivo, progressista; mentre la canea montava, de la Fuente non aveva timore di sfatare i miti del tempo e del progressismo globale. Se lopinione vincente vorrebbe relegare la fede fra le superstizioni del passato, lallenatore spagnolo non ha esitato a professarsi credente. Se la stessa opinione assegna al segno della croce, che gli atleti continuano a fare quando scendono in campo, un valore scaramantico e propiziatorio di un buon risultato, de la Fuente non ha avuto dubbi nel separare nettamente la fede dalla superstizione, sottolineando che la preghiera non la si pu ridurre a una momentanea richiesta di aiuto a Dio, ma pratica quotidiana di vita di chiunque crede. Il giorno prima della finale, rispondendo ad una domanda fattagli in conferenza stampa, de la Fuente ha usato parole inequivocabili: Prego ha detto, ma di certo non perch sono ad un Mondiale o perch sto cercando di favorire un risultato. Laspetto che pi colpisce la concezione matura, sana, della fede che ha questo allenatore: per lui credere non si riduce a fare opere di carit, come potrebbe farle una qualsiasi Ong, secondo una concezioni minimalista che trova oggi spazio anche nelle istituzioni ecclesiastiche. RICHIAMO AL MISTERO Avere fede per lui pi radicalmente un richiamo al mistero della vita e un sereno affidarsi a Dio: Ringrazio Dio ogni giorno. Quando mi sveglio, mi guardo e dico: Un altro giorno in cui posso godermi la vita. Ringrazio per queste piccole cose. Prego per questo, sarebbe ingiusto chiedere a Dio di aiutare me e non lavversario. Che questa serenit labbia trasmessa anche alla squadra e che questo sia uno degli ingredienti del successo spagnolo non certo improbabile. probabile che la capacit di fare squadra dimostrata dallundici iberico sia discesa proprio da a questa vera e propria filosofia di vita: ai mondiali anche i campioni pi osannati della squadra iberica sembrano aver dimenticato s stessi per mettersi al servizio del gruppo. De la Fuente un personaggio anomalo, inattuale, che stride palesemente col contesto in cui opera. Sembra stridere con quel mondo della visibilit e del narcisismo mediatico che ha un bisogno continuo di creare effimeri eroi di carta. Ed in contrasto con il politicamente corretto che ammanta ormai ogni evento globale e a cui anche le societ sportive sembrano adeguarsi (una dozzina di anni fa proprio il Real Madrid tolse la croce dal proprio simbolo per non offendere i non cristiani e per compiacere gli sponsor islamici della squadra). Ma de la Fuente stride soprattutto con quel che oggi diventato il mondo del pallone: un universo dominato dal business, ove i calciatori e anche gli allenatori sono delle vere e proprie star e godono di contratti multimilionari, ove il narcisismo impera ed ognuno portato a credersi un eroe insostituibile. SGUARDO PI ALTO Con la sua non ostentata normalit, il mister come ci invitasse a relativizzare tutto, a guardare oltre e pi in alto, a considerare gli stessi giocatori come persone e non come risorse o macchine per fare soldi. Non capisco ha anche detto perch dopo le mie dichiarazioni pubbliche sul mio credo, ora mi avvicinino per strada per ringraziarmi di quella testimonianza. In verit, lo si capisce: con la popolarit che ha conquistato, senza volerlo, egli ha ridato fiducia e orgoglio a tutti coloro, la maggioranza degli spagnoli e non solo, che non si sente rappresentata dalla cultura atea e nichilistica che imperversa nel mondo dei media e dello sport.
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