WIRE — Non ha senso stilare una classifica dei migliori sportivi italiani di sempre, se non per una eccezione: Jannik Sinner al primo posto. Il pi grande. Oh s, di gi. Lo era gi prima del secondo Wimbledon, lo sarebbe anche se dovesse smettere di giocare a tennis domani mattina, non perch vince praticamente sempre, ma perch sa perdere. E sa cosa fare della sconfitta. Non si autocommisera, come troppo spesso fa questo Paese, ma analizza con la mente e riparte con il cuore. E poi il miglior uomo squadra mai visto nello sport italiano, pur praticando uno sport individuale. Non c volta che non definisca il successo con un noi, in riferimento alla squadra allargata, non solo quella tecnica e atletica, che lo affianca. E non c volta che non citi le imprese degli altri sportivi italiani proprio nellistante in cui, per logica e per merito, apparterrebbe solo e soltanto a lui. quello che pi di tutti sta attento, esalta, si inorgoglisce degli italiani negli altri sport. A tratti sembra addirittura vincere per noi, prima che per s. Paradossale considerando che pratica lo sport in assoluto pi egoistico del pianeta: la prima cosa che ti dicono ai circoli di tennis che se non sei un assoluto individualista egoriferito, non vinci. Invece, Sinner vince. Perch ha capito che si pu anche perdere. CAMBIATO LITALIA Attorno a lui si radunano Valentino Rossi e Alberto Tomba. Anche loro hanno cambiato lItalia, fermandola per vederli trionfare e riavviandola pi forte, orgogliosa, felice di prima. Due uomini, un mito: lesserlo diventati soprattutto per chi le moto e gli sci proprio non riusciva a sopportarli. Due rockstar capaci di cambiare le regole del gioco, di gestire la popolarit, di sguazzarci dentro fino a renderla addirit tura un vantaggio competitivo. Opposto il discorso per Valentina Vezzali e Jury Chechi, i pi forti di tutti nellemergere dallombra della fatica quotidiana, del quadriennio olimpico. I pi grandi nellabbattere i pregiudizi, luna sulle atlete madri, laltro sui tab genetico-geografici della ginnastica artistica maschile, entrambi sul clich dellet e della competitivit a fine carriera, magari dopo un infortunio. Mettiamoci Federica Pellegrini e Gregorio Paltrinieri, rispettivamente prima icona del nuoto italiano e pi medagliato di sempre ai Giochi. Due modi diversi di gestire carriere lunghe, dubbi interiori e il prezzo della fatica quotidiana che inevitabilmente ti condiziona la vita. Sono le virt che ci insegnava Fausto Coppi, strumento attraverso cui unItalia sbriciolata dal dopoguerra ritrov la propria collocazione nel mondo, passando dalla pura fatica amatoriale al professionismo. E che Marco Pantani ha elevato, dimostrando unepoca pi tardi che il ciclismo poteva essere ancora istinto, cuore e spettacolarit. Le stesse virt che si tramandano Pietro Mennea e Marcell Jacobs, le cui corse brevi richiedono preparazioni lunghe, meticolose, pazienti, ma anche cuore e passione nel momento della gara. Se Mennea la ribellione ai limiti imposti dalla natura, Jacobs la scoperta del proprio talento in ritardo rispetto ai canoni. Leghiamo Roberto Baggio e Paolo Rossi perch rappresentano la memoria collettiva del calcio italiano ai Mondiali. Rossi lepifania di Spagna 82, il successo apparentemente inspiegabile che cancella le macerie morali del calcioscommesse; Baggio la tragedia umana del rigore di Pasadena, il pi grande condannato a convivere con la cicatrice pi profonda. Eppure, entrambi hanno affrontato il proprio destino, il trionfo inatteso e la caduta drammatica, con la medesima dignit di uomini singoli costretti a farsi carico delle pressioni di un Paese che troppo spesso non sa badare a s stesso.

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