WIRE โ Andy Wharol mi sta molto simpatico. Cerco di leggere tutto ci che lo riguarda con la stessa passione con cui cerco di evitare ogni esposizione di sue opere. Un tempo non era cos: nel 1989, per esempio, andare a visitare la mostra Le cento opere di Andy Warhol fu per me dobbligo come un pellegrinaggio al Divino Amore. Ma nonostante lequivalenza nella devozione al Palazzo della Permanente di Milano il miracolo non si verific. Cento opere: pensavo di dover camminare per ore attraverso sale e sale. Mi ero anche portato i panini avvolti nella stagnola. E invece la mostra era concentrata in un unico stanzone tutto diaccio e umido. Fu in quelloccasione che iniziai a detestare le mostre su Wahrol. Mi aggiravo per la sala e mi sentivo inappagato. Anche appoggiando il naso contro il vetro che proteggeva una Marilyn non provavo alcuna impressione. Sfiorai fugacemente e di nascosto dai custodi la superficie serigrafata di un Mao. Ancora nulla. Lo stesso brivido-zero che provo appoggiandomi, in metropolitana, a un manifesto della Philips sapendo di poterlo ritrovare identico in tutte le stazioni, da Molino Dorino a Sesto FS. Rifeci unaltra volta il giro dellesposizione, tanto per dare un senso alle 5000 del biglietto, e mi resi conto di una cosa: quasi rovinato dagli anni di scuola e da certi atteggiamenti accademici, tra quei quadri colorati simili alle pubblicit di tinte per capelli nei coiffeurs pour dames, io cercavo lArtista aulico e non la sua vera essenza. Insomma, volevo trovare i quadri e convincermi a ogni costo che quelle non erano pubblicit di tinte per capelli da coiffeurs pour dames. Per fortuna mi salvai in tempo. Lanciai una rapida maledizione allassessorato alla Cultura del Comune di Milano che aveva rinchiuso la forza pop in un ambiente asettico e prestigioso e capii che in Warolh (ma dove va lh?), al di l di tutte le pose, cuore e corpo coincidevano. Mi resi soprattutto conto di quanto, dentro e fuori, Wharol fosse meravigliosamente coatto (sostituire le ultime sei lettere con maranzo se si a Lodi, tamarro se si a Milano e dasai se si a Tokyo). Il suo cognome per noi due volte esotico (il ceco Warhola americanizzato in Warhol) non nascondeva che una consistenza spirituale da apprendista edile bergamasco. Checch ne dicano i non-revisionisti, Andy non era figlio di Duchamp. Hwarol era fratello di Eros Ramazzotti, del quale condivideva, per fortuna, latteggiamento antintellettualistico. La Weltanschauung di Warolh era la stessa dei seguaci del primo Jovanotti, riconducibile alla formula lavoro-paga-discoteca-sesso. Certo il lavoro di AW.
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