WIRE โ La notizia emersa ieri nel resoconto finale del premio Strega, e non poco, che il sindaco di Roma Gualtieri ancora vivo e fa dei discorsi. Per il resto, tutti si sono infine ringraziati a vicenda e dissetati con il brodo di giuggiole dei reciproci complimenti, anche in formato internazionale. Stasera ci sar il responso della giuria e la redde rationem tra i sei birilli ancora in piedi, due dei quali hanno avuto nelle ultime settimane il pregio, pi o meno offendendosi a vicenda, di dar vento alle chiacchiere, di sguinzagliare i pettegoli, di sollazzare i guardoni. Stefano Petrocchi, presidente della Fondazione Bellonci, dopo che il suddetto sindaco ha ricordato quanto sia generosa la citt di Roma, tramite lui e il suo assessore, a concedere il Campidoglio per la cerimonia finale, in onda stasera sulla Rai, per una di quelle dirette dove non succede niente, al massimo piove, Petrocchi dicevamo, ha spiegato che comunque vada chi vince il libro. Beato lui che ci crede. I sei finalisti di questa 80esima edizione erano ancora l, disciolti nellacido dello sfinimento non tanto agonistico quanto biologico, dopo decine di trasferte a colpi di torpedone, una piazza qua, una piazza l, dove cerano addirittura, ha detto uno di loro centinaia di persone ad ascoltarli mentre ripetevano ogni volta la stessa tiritera su quanto fossero stati scrittori a mettere insieme un libro e persino a farselo pubblicare. Spiace contraddire Petrocchi, che un onestuomo, ma lo sanno anche le oche che a vincere leditore ad aver messo nel sacco pi degli altri i voti di questi ineffabili quattro o cinquecento giurati, di cui ormai si sono persi sia il conto sia i nomi, e non neanche detto che siano ancora tutti in vita. Buon senso e buon gusto vorrebbero che vincesse Michele Mari, il favorito, probabilmente lunico vero scrittore fra tutti, il quale per ha fatto di tutto per autosabotarsi, avendo labitudine di non sorridere mai, pietrificandosi via via nella morfologia cupa e grifagna di un gargoyle tardomedievale. Il suo libro, edito da Einaudi, sintitola I convitati di pietra e prende a pretesto labitudine di organizzare le cene di classe, quei raduni di reduci della giovinezza che di anno in anno si reincontrano e si scrutano non tanto per ravvivare un passato in ogni caso indelebile, quanto per controllare se gli altri stiano peggio, sperando di sopravvivere pi di tutti. La ferocia di Mari si adatta a una satira del costume, alla critica di una societ di egoisti, dove alla sete di denaro affidata anche lillusione della sopravvivenza del singolo. A contrastarne levidente supremazia intellettuale ci si messa con tutta la forza dellambizione Teresa Ciabatti, autrice di Donnaregina (Mondadori). Non riuscendo neanche stavolta a non parlare di se stessa, Ciabatti si traveste da giornalista che va a trovare un boss mafioso e lui le vuota il sacco, e alla fine lei scopre, guarda un po, perlappunto se stessa. Presentata da Saviano, lautrice condivide le sorti di quanti si aggrappano alla memoria di una ideologa defunta e per questo non pi criticabile: Michela Murgia. Poi abbiamo la decana Bianca Pitzorno, che meriterebbe pi che altro un premio alla carriera, essendo operativa fin dai primi anni Settanta, con una produzione oceanica di libri per ragazzi, saggi, traduzioni. qui con La sonnambula (Bompiani), storia di una bambina veggente nella Sardegna dell800. Fra vaticini e premonizioni, la ragazza si fa donna e se la cava benissimo pur essendo (e come non poteva?) una donna sola in un mondo ostile, con una fine che, come ormai da prassi ineludibile nella narrativa mainstream, rovescia i ruoli di genere. Nel caso di Alcide Pierantozzi, che partecipa con Lo sbilico (Einaudi), troviamo invece il memoir inquietante di una psicopatologia, la sua, una densit di paranoia, bipolarismo, allucinazione, disagio mentale, tanto da chiedersi per quale miracolo farmacologico gli sia riuscito di sopravvivere, senza impazzire del tutto, anche fino alla finale del Campiello. Per almeno un libro autentico. E siamo al quinto in ordine casuale: Matteo Nucci, con Platone. Una storia damore (Feltrinelli), ricostruzione romanzata della vita del filosofo ateniese, con scorribande nella sua sfera erotica fatta soprattutto di relazioni omosex, comprese quelle con ragazzi imberbi, cosa che oggi lo farebbe carcerare in un lampo, ma che vista con occhi retroattivi rientra benissimo nel clich fluido tanto perseguito dalla nostra editoria e tanto palloso per noi reoconfessi di eterosessualit recidiva. Ultima, ma non ultima, Elena Rui, in sestina con Vedove di Camus (edizioni LOrma) in quota editore medio o piccolo, cio in quel limbo di considerazione che va riconosciuto ai non adeguati al conflitto vero, e dunque facilmente sacrificabili sullaltare dellimparzialit. In definitiva, a che cosa serve la medaglia che stanotte uno di loro (tutti dicono Mari) si appunter sul petto scosso dai singulti irrinunciabili dellArte? A vendere un libro. Gli uffici commerciali calcolano che grazie al ritorno pubblicitario , un volume guadagni fino al 300% di acquirenti (in termini assoluti, non lo sapremo mai). Sempre pi di quanto ottenga una persona particolarmente estroversa che telefona a tutti gli amici.
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